Il Tabarro/Don Carlo, Verbier, 27 luglio 2014 (IT)

Vittorio Grigolo - Aure soavi

15/09/2014

Festival di Verbier (Svizzera) Il Tabarro/Don Carlo (III/IV atto), 27 luglio 2014

 

Il Festival di Verbier (Vallese), giunto alla ventunesima edizione e affermatosi come uno dei principali appuntamenti dell’estate musicale svizzera, offre quest’anno un concerto lirico composito, puntando – come già in passato- sulla collaborazione di un’orchestra di giovanissimi ancora in formazione (ovvero la Verbier Festival Orchestra) e alcuni grandi nomi della scena lirica internazionale. L’accoppiata del programma è piuttosto originale: nella prima parte il Tabarro, prima anta del Trittico pucciniano e nella seconda (con compagnia di canto quasi tutta rinnovata), i due ultimi atti del Don Carlo nella consueta versione italiana. Su questo accostamento altro non si può dire se non che esso è motivato da ragioni estranee alla musica, ovverosia dalla sola esigenza di offrire al pubblico l’occasione di ascoltare diverse celebrità del mercato discografico contemporaneo riunite in una sola serata.

La curiosità maggiore era ovviamente per il Tabarro, diretto da Daniel Harding, se non erriamo per la prima volta, dopo altre incursioni nel repertorio operistico italiano. Del maestro inglese si apprezza l’attenzione e la precisione con cui egli guida la foltissima orchestra giovanile del Festival (l’organico, a occhio, deve essere poco meno che duplicato rispetto a quello richiesto dalla partitura), ma almeno in questa occasione non si è avuta l’impressione che egli possedesse una visione matura e personale del linguaggio pucciniano. All’orchestra è mancato infatti completamente quel «colore» tragico-umoristico-grottesco che tanto stava a cuore al compositore: i contrasti ritmici e tonali che animano la straordinaria scrittura orchestrale del Tabarro (in particolare la prima parte col suo paesaggio sonoro urbano, il valzer, l’intervento della Frugola) ci sono sembrati appiattiti in una delibazione di singoli momenti, depotenziati della loro carica drammatica e poetica. Flagrante a questo proposito l’accompagnamento dell’ a solo di Giorgetta («E’ ben altro il mio sogno», ma anche nelle prime battute dell’opera) in cui non si percepiva nessuna traccia dell’ansia e dellla frustrazione di questa piccola Bovary proletaria, nonostante l’indubbia partecipazione emotiva di Barbara Frittoli. Finché la scrittura resta medio-bassa, la Frittoli è una eccellente Giorgetta: colora la frase, accenta bene, non si lascia andare alle tipiche volgarità del soprano lirico alle prese con una scrittura da soprano drammatico. Quando però la tessitura sale (l’a solo e il duetto con Luigi) si percepiscono sensibilmente difficoltà vocali che le dovrebbero consigliare attualmente ruoli meno impegnativi o almeno la dovrebbero indurre a schivare le soluzioni più ardue (vedi il do acuto facoltativo dell’aria).

Il tenore brasiliano Thiago Arancam dà voce a un Luigi tutto muscoli e nervi, ma senza sfumature; forza notevolmente la voce e apre le vocali seguendo evidentemente modelli di tenorismo esasperato e stentoreo (antichi e recenti), con risultati poco convincenti. Lucio Gallo (Michele) ha sostituto Alexey Markov inizialmente previsto: come Michele è sembrato più appropriato che come marchese di Posa, malgrado difficoltà vocali evidenti (in particolare d’intonazione) in entrambi i ruoli e una certa genericità nell’accento.

Ekaterina Semenchuk ha dato vita a una Frugola vivace e spiritosa, sebbene vocalmente un po’ forzata; accanto a lei Joseph Demarest ha dato voce a un ottimo Tinca. La seconda parte del concerto (Don Carlo) ha visto dominare il magnifico Filippo II di Ildar Abdrazakov, che ha cesellato l’aria e il duetto col grande Inquisitore con sicurezza vocale pari alla sapienza nel variare fraseggio e colori. Accanto a lui, il soprano di origine armena Lianna Haroutounian ci ha favorelmente impressionato come Elisabetta, per la purezza degli attacchi e l’ottimo legato. Su un piano inferiore gli altri interpreti. Daniela Barcellona è una principessa di Eboli con qualche bel momento, ma forse non è questo personaggio adatto alla sua voce, la scrittura la porta infatti a qualche effetto verista di troppo e certi scarti nel registro acuto la mettono a disagio. Vittorio Grigolo, dotato di una voce di indubbia bellezza, traduce il personaggio dell’infante di Spagna (forse il più difficile, sul piano interpretativo, dei ruoli tenorili verdiani) in una specie di fratello di don José o di Canio, sull’orlo di una crisi di nervi già dalle prime frasi nella scena della prigione. Il suo Don Carlo è parso quindi vocalmente corretto, ma stilisticamente inappropriato, con toni eccessivamente lacrimevoli e con un’esagitazione tutta epidermica a tratti quasi caricaturale. Mikhail Petrenko è stato un Inquisitore poco incisivo, dal tratto ruvido e dal fraseggio monocorde. Applausi e successo per tutti, in particolare per Abdrazakov.

 

Gabriele Bucchi

 

 

 

Il tabarro

Don Carlo

 

 

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