La Juive-Lyon, aprile 2016

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12/04/2016

Salutiamo il coraggio dell’Opera di Lione che ci dà la possibilità di ascoltare un titolo raro e ingiustamente dimenticato come «La Juive» di Jacques Fromental Halévy, grand opéra in cinque atti andato in scena a Parigi il 28 febbraio 1835 e destinato a un successo strepitoso per tutto l’Ottocento. Di tanta fama resta nella memoria dei melomani poco più di un’aria: la celeberrima «Rachel quand du Seigneur», cantata da schiere di tenori e immortalata da un’indimenticabile incisione di Caruso del 1920. E proprio in quegli anni Proust dava a un personaggio della «Recherche» (la figura di una non bella «fille de joie» di origini ebraiche che lavora in un bordello) il soprannome di Rachel: segno che la fortuna della musica di Halévy era ancora lungi dal tramontare. Il coraggio dell’Opéra di Lione è stato ricompensato dal successo senza riserve tributato alla compagnia di canto e allo spettacolo di Olivier Py dal pubblico all’ultima rappresentazione pomeridiana (3 aprile). Anzitutto va riconosciuta l’alta qualità della musica del compositore francese, sempre ben scritta, orchestrata in modo vario e finissimo (non per nulla fu allievo di Cherubini), capace soprattutto di seguire senza troppe tergiversazioni effettistiche l’incalzare del dramma concepito dal prolifico ma efficacissimo Eugène Scribe. Per questo « La Juive » oggi ci appare, sul piano drammaturgico come su quello musicale, opera in sé assai più interessante di altri prodotti coevi dello stesso genere che si vanno occasionalmente riesumando (pensiamo in particolare a Meyerbeer). Al centro dell’opera le due figure di grande profondità psicologica dell’ebreo Eléazar e di Rachel, da lui allevata come figlia adottiva nella religione ebraica ma in realtà uscita nientemeno che dalla schiatta del cardinale Brogni. Durante il concilio di Costanza, sullo sfondo di un Quattrocento alla Balzac o alla Hugo, assistiamo all’amore fra Rachel e il principe Léopold (doppiamente fedifrago perché cattolico e perché già legato alla principessa Eudoxie) e alla vendetta maturata da Eléazar contro gli odiati cattolici proprio attraverso l’amata Rachel. Quest’ultima segue il padre adottivo al martirio finale cui l’ha condannata (senza saperlo) il vero suo padre, il terribile cardinale. Siamo a un passo dalla maternità lacerata tra desiderio di vendetta e amore dell’Azucena del « Trovatore » e dal pathos dello scontro Fiesco-Simone del « Boccanegra ». Non è un caso che la «Juive » abbia in qualche modo «salato il sangue » sia a Verdi sia a Wagner (che l’ammirava). Il conflitto religioso fra ebrei e cattolici del libretto di Scribe viene naturalmente sottratto all’ambientazione originaria (Costanza 1414) e riletto da Olivier Py attraverso la memoria della Shoah. Così, l’austera struttura scenica di Pierre-André Weitz richiama il memoriale di Berlino alle vittime dell’Olocausto mentre in lontananza una foresta spoglia ricorda (così ci è parso) l’atmosfera senza speranza dei campi di concentramento. Nella rilettura del regista francese l’ebreo Eléazar perde alcuni dei tratti conferitigli dal libretto di Scribe: non è più un gioielliere ma un libraio, sicché il dono del gioiello che Eudoxie vorrebbe acquistare per Léopold diventa un oggetto di trasmissione e di conflitto più ambiguo e potente, il libro appunto e le verità che nasconde. Il tema della lotta religiosa e della persecuzione delle minoranze viene però durante lo spettacolo nuovamente investito di altre, ancor più attualizzanti, letture (gli ebrei di ieri scacciati come i profughi di oggi) e qui Py ci è parso cadere in un facile didascalismo da tema di attualità e mancare talvolta il bersaglio per volere dire troppo. Per il resto la sua regia, grazie anche alle belle luci di Bertrand Killy , ci ha convinto anzitutto per la partecipazione imposta ai cantanti (tutti bravissimi attori) e per l’abile gioco di movimenti con cui risolve la non facile interazione sul palcoscenico tra masse corali (peraltro ottime) e solisti. Tra questi il personaggio più complicato e modernamente irredimibile è la principessa Eudoxie, portatrice di una vocalità virtuosistica e, a dire il vero, musicalmente un po’ vacua che Py decide di volgere in parodia (complice anche la bravura scenica e l’avvenenza fisica di Sabina Puértolas): rilettura che però viene recuperata con difficoltà quando lo stesso personaggio passa al registro serio dei momenti piÙ drammatici e patetici come lo splendido duetto del III atto tra Eudoxie e Rachel. Di buon livello la compagnia di canto, cominciando da Rachel (!) Harnisch, voce assai bella di soprano lirico che, sebbene un po’ a disagio nel registro grave assai spesso sollecitato dalla parte di Rachel (scritta per la celebre Cornélie Falcon che proprio a quel registro legò la sua fama), offre un’interpretazione di altissimo profilo sia scenico sia vocale (ottimo il suo legato, purissimi gli attacchi, coloratura ben sgranata) ma in particolare nei duetti con Léopold e nell’aria del secondo atto « Il va venir ». Accanto a lei Enea Scala (di cui è stata annunciata un’indisposizione) presta voce squillante e sicura, oltre che ottima dizione francese e bella presenza scenica al personaggio invero un po’ sacrificato (ma a suo modo affascinante) di Léopold. Il veterano Roberto Scandiuzzi è un cardinale Brogni più a suo agio sul versante patetico che su quello minaccioso e persecutorio. Sebbene la voce mostri, soprattutto nelle zone estreme della gamma, qualche traccia di fatica e occasionali problemi d’intonazione, il basso italiano conferisce maestà e dolore al padre di Rachel particolarmente nel confronto dell’ultimo atto con Eléazar. Ottima vocalmente e scenicamente seducente l’Eudoxie di 
Sabina Puértolas, che viene perfettamente a capo della coloratura delle sue due arie (le più applaudite), dimostrandosi a suo agio tanto nel registro comico-parodico voluto per lei dal regista sia in quello elegiaco dei duetti con Rachel e dell’ultimo atto. Meno convincente ci è parso invece l’Eléazar di Nikolai Schukoff, di bella presenza scenica ma con voce piuttosto ingolata e monocorde, sebbene di gran volume. La frequentazione di un repertorio piuttosto spinto fa sì che il suo Eléazar manchi spesso di colori e, se tiene testa con vigoria agli scatti declamatori (stilisticamente però qui resi più vicini a Mascagni che non al declamato ottocentesco) e a certe impennate verso l’acuto, non può del tutto rendere giustizia al versante patetico e alle sfumature richieste di questa parte scritta per Nourrit, in particolare negli insidiosi insiemi a cappella (vedi la celebrazione della Pasqua all’inizio del secondo atto). Sul podio dell’orchestra dell’opera di Lione Daniele Rustioni dimostra di conoscere perfettamente le peculiarità del linguaggio orchestrale del Grand Opéra, tenendo sempre sotto controllo il volume dell’orchestra rispetto ai solisti ed esaltando l’eccellente prestazione delle singole sezioni, anzi dei singoli strumenti, dell’orchestra lionese (di cui dal 2017 sarà direttore stabile). Della «Juive» Rustioni segue senza indugi il ritmo incalzante, dando sfogo, ma con giudizio, alle improvvise accensioni (magnifico il terzetto del primo atto) ma sapendo assecondare anche i momenti più intimistici e raccolti. Grande successo per tutti e in particolare per Hernisch, Schukoff e Puértolas.

 

Gabriele Bucchi

Albert 
Charles Ric

 

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