Le Cercle de l’Harmonie, Chœur Aedes, 18 ottobre 2013

Jeremie Rhorer - Aure Soavi

20/10/2013

La stagione del Théâtre des Champs Elysées si apre con «La Vestale» di Spontini, opera fondamentale per la storia del teatro in musica primo ottocentesco, ma di rara esecuzione. Inizialmente rifiutata dalla commissione dell’Académie Imprériale, «La Vestale» riuscì a raggiungere le scene nel 1807 (dopo un anno di prove!), grazie al sostegno della stessa imperatrice Josephine, riscotendo alla prima rappresentazione un successo che consacrò definitivamente Spontini come musicista di statura europea. Nonostante il livello veramente superbo di tante sue pagine, quest’opera, ammiratissima da Wagner e da Berlioz, non è mai davvero entrata nel repertorio dei teatri d’opera, restando confinata a singole riesumazioni, spesso legate ai nomi di interpreti carismatiche del ruolo di Giulia (Ponselle, Callas, Gencer per nominare le maggiori). Prima di dar conto della rappresentazione parigina, va dunque salutato il coraggio del Théâtre des Champs Elysées nell’aprire la stagione con un titolo di modesto richiamo e, per così dire, da intenditori. L’operazione è stata condotta, sul piano musicale, nel segno dell’autenticità filologica, se non della riesumazione archeologica: versione francese, giustamente; pochi tagli (i balletti, un duetto Licinio-Cinna); e soprattutto gli strumenti originali, quelli del Cercle de l’Harmonie sotto la direzione del giovane ma già affermato Jérémie Rhorer, di casa nel teatro parigino (dirigerà prossimamente “I dialoghi delle carmelitane”). Pur non dubitando che questa operazione possa essere apprezzata dagli adepti delle esecuzioni su strumenti originali, è dubbio invece che essa renda veramente giustizia al genio di Spontini contribuendo, come ci si sarebbe aspettato, se non a rimettere in circolazione quest’opera presso il grande pubblico (utopia), almeno a realizzarne quella versione discografica di riferimento che manca tuttora, nonostante i nomi illustri. Prima ancora che dalla deludente realizzazione scenica il risultato è stato compromesso, a mio avviso, proprio da questa scelta esecutiva. Ne è riuscita infatti un’esecuzione orchestrale spesso mendosa, sfibrata, priva di pathos e di solennità (ingredienti essenziali della «Vestale», da non confondere con pomposità e pesantezza). Quando il corno scrocca sciupando la sublime introduzione dell’aria di Giulia del secondo atto, quando l’oboe suona erratico e starnazzante, quando le percussioni entrano sempre in modo iperbolico e invasivo, importa veramente a qualcuno che nella fossa d’orchestra ci siano strumenti originali (o copie di questi)? Della direzione di Rhorer si intravvede qualche buona intenzione e un passo piuttosto spedito, poco incline alla solennità, ma come si sarà capito la traduzione strumentale di queste intenzioni lascia troppo a desiderare perché si possa darne un giudizio.

Passando ai cantanti, bisogna salutare anzitutto la buona prova di Ermonela Jaho nei panni di Giulia. Voce di soprano lirico, educata a cantare piano e a suo agio nella prosodia francese, il soprano albanese ha offerto un’esecuzione soddisfacente di questo ruolo impegnativo, sebbene forse sul piano interpretativo le manchi ancora la zampata della tragédienne. Accanto a lei il tenore Andrew Richards incarna Licinio (ruolo scritto inizialmente per baritono) con maggior possanza fisica che vocale, ma fornendo comunque una prestazione dignitosa. Béatrice Uria-Monzon, nei panni della Gran Vestale, mostra invece evidenti segni di usura vocale, con un legato laborioso e un registro acuto spesso oscillante. Jean-François Borras è un Cinna dalla voce chiarissima, mentre Konstantin Gorny è un autorevole Pontefice Massimo. Sul piano scenico, la regia di Eric Lacascade (noto nel mondo del teatro di prosa francese) non si può dire che commetta scempi estetici o pecchi per esibizionismo attualizzante, ma non esprime nemmeno idee originali, né evoca atmosfere particolarmente suggestive. L’aspetto ideologico del libretto (l’oscurantismo della religione che costringe Giulia alla pena di morte) è alluso soprattutto per mezzo dei movimenti frenetici (anche troppo) dei due cori (protagonisti, per inciso, di alcune delle pagine più belle dell’opera di Spontini). Evidentemente in imbarazzo davanti a una drammaturgia statica, Lacascade cerca effetti scenici stranianti e brechtiani, per risolvere dall’esterno i problemi posti dal mondo estetico di Spontini e dal suo librettista Victor Joseph Etienne de Jouy; un mondo che non è più quello di Gluck (sebbene gli somigli da vicino) e non è ancora quello di Berlioz. Nel finale, ad esempio, la conclusione festiva e gioiosa che suggella il perdono di Vesta e il ricongiungimento Licinio-Giulia è tradotta con una pantomima frenetica e schiettamente comica che pare uscita dal «Barbiere» di Ponnelle o da un’operetta di Offenbach con la regia di Pelly. Insomma, malgrado lo sforzo lodevole e apprezzabile del teatro parigino nel recuperare un titolo da tempo mancante dalle scene francesi, il fuoco della «Vestale» dovrà aspettare un’altra occasione per risplendere nella sua piena luce.

La Vestale

Ermonela Jaho Giulia
Andrew Richards Licinio
Béatrice Uria-Monzon La Gran Vestale
Jean-François Borras Cinna
Konstantin Gorny Il sommo sacerdote
Jérémie Rhorer direzione
Eric Lacascade regia
Emmanuel Clolus scene
Marguerite Bordat costumi
Philippe Berthomé luci

 

Gabriele Bucchi

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