“Tristan und Isolde” Zürich, Opernhaus, 25/1/2015

Stemme

31/01/2015

Isolde Nina Stemme
Brangäne Michelle Breedt
Tristan Stephen Gould
König Marke Matti Salminen
Kurwenal John Lundgren
Melot Cheyne Davidson
Un pastore Spencer Lang
Un pilota Ivan Thirion
Voce di un marinaio Mauro Peter
Direttore John Fiore
Regia Klaus Guth
Scene Christian Schmidt
Luci Jürgen Hoffmann
Coreografia Volker Michl
Drammaturgia Ronny Dietrich
Orchestra Philharmonia di Zurigo
Coro dell’Opera di Zurigo
Maestro del coro Ernst Raffelsberger

L’Opera di Zurigo ripropone l’allestimento del Tristan und Isolde (regia di Klaus Guth), una lettura esteticamente bella e drammaticamente convincente del dramma wagneriano, qui liberato dello sfondo cavalleresco-medievale e collocato (un po’ come il classico «Ring» di Chéreau) nell’atmosfera borghese di un interno famigliare della seconda metà dell’Ottocento.
Col che ovviamente si perde del tutto la presenza del mare e in genere della natura (quest’ultima meravigliosamente evocata, però, nelle ombre delle foglie proiettate sul muro della galleria che fa da sfondo al duetto del secondo atto); sparisce anche la dimensione del viaggio (su cui pure è costruita la temporalità del primo atto), ridotto qui al passaggio dalla camera da letto al salone di ricevimento a un giardino d’inverno.
Pur optando per una trasposizione moderna, la regia di Guth sfugge felicemente però sia al biografismo da manuale (tipo Tristan/Wagner, Isolde /Cosima o, peggio, la Wesendonck) sia alle ormai altrettanto scontate riletture parodico-iconoclaste, cogliendo invece un aspetto essenziale della poetica wagneriana e particolarmente del Tristan: l’eros come forza anarchica, distruttiva dei legami e dei valori su cui si regge la società, siano essi quelli del vassallaggio cortese (come nella leggenda medievale) o dell’ideologia borghese (come qui). L’amore e poi la morte di Tristan e Isolde si consumano dunque su quella stessa tavola da pranzo sulla quale si è svolto il banchetto di nozze di Marke, violentemente sbarazzata da ogni inutile apparecchiatura da parte degli stessi amanti.
C’è da domandarsi dunque se anche in quest’ottica vada letto il gesto finale di Brangäne e Marke che, mentre si chiude il sipario sul Liebestod, si danno lentamente la mano guardando i cadaveri della coppia: solidarietà di sopravvissuti alla tragedia famigliare o trionfo dell’ideologia borghese per cui, morta la moglie, il marito facoltoso sposerà la bonne (o almeno ci andrà a letto)? Una messinscena simile richiede interpreti, oltre che vocalmente adeguati (e ognuno sa di che peso vocale siano le due parti principali), anche scenicamente credibili, lode attribuibile a tutti.

Nina Stemme

Nina Stemme

Supera però ogni elogio la prestazione di Nina Stemme. Dotata di un’eccellente omogeneità di registri, sicura nello svettare verso l’acuto, dolce e seducente in quello grave (il suo “Tod geweithes Haupt / Tod geweithes Herz” è da brivido), nonostante il passare degli anni e un repertorio sempre più impegnativo (Brünnhilde, Minnie, Aida, Leonora e tra qualche mese sarà Turandot alla Scala), il soprano svedese affronta con sicurezza e flessibilità ancora impressionanti la temibile parte di Isotta. Disperata e sferzante, sbigottita e appassionata, la Stemme fa della regina d’Irlanda una donna matura e dolente, più moglie infelice che giovane sposa. Capace di trasformare la singola sillaba in un momento di puro incanto (sentire come canta Lausch’ dopo il duetto d’amore), la sua Isotta lascia un segno nella storia dell’interpretazione wagneriana dei nostri tempi.
Al suo fianco Stephen Gould risulta interprete assai più pallido e convenzionale. Al di là di una prestazione vocalmente corretta (ma quanti problemi nell’intonazione!) e di qualche bel momento nel terzo atto non si può dire che il suo Tristano brilli per originalità d’accento e intensità emotiva.
Decisamente mancante di peso vocale invece la Brangäne di Michelle Breedt, i cui interventi nel duetto del secondo atto lasciano piuttosto perplessi.
Ottimo il Kurwenal di John Lundgren; vocalmente un po’ affaticato il re Marke di Matti Salminen, che però interpreta da maestro il monologo del secondo atto.
Buono il Melot di Cheyne Devidson, di voce fresca e brillante il pastore di Martin Zysset, discreto il marinaio di Mauro Peter.
L’Orchestra Philharmonia di Zurigo, sotto la direzione di John Fiore, suona bene e, in alcune sezioni, addirittura benissimo (menzione speciale per i corni, superbi), ma non va più in là di una lettura grigia e monocorde, compitata spesso in modo burocratico, specie nei due primi atti aprendosi a qualche bella accensione nel terzo (eccessivamente rapida però, quasi jazzy la sublime melopea del corno inglese suonata da Clément Noel).
Successo per tutti e trionfo per la Stemme.

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